Zaccheroni

Intervento psicologico in ambito sportivo.

Negli ultimi anni, sempre più frequentemente, nel commentare il risultato di un evento sportivo si fa riferimento al fattore "mentale" della performance come all’elemento che , a volte, può determinare la differenza all’interno di una competizione.
Per un lungo periodo la psicologia dello sport si è interessata soprattutto a conoscere e classificare gli atleti sulla base di differenti caratteristiche di personalità o ha focalizzato l’attenzione sui processi motivazionali che regolano l’attività agonistica.
I contributi più recenti mirano invece, prevalentemente, a promuovere il benessere psicologico dell’atleta mobilitando e potenziando quelle abilità che sono determinanti per la prestazione sportiva.
Il compito principale dello psicologo è dunque quello di aiutare l’atleta e il gruppo-squadra ad ampliare i propri limiti identificando i punti di forza e le aree di miglioramento.
In questo ambito, dopo lo sviluppo di alcune tecniche di rilassamento (training autogeno, rilassamento progressivo di Jacobson) e autoregolative (biofeedback) si sono diffusi altri metodi di intervento basati sull’allenamento mentale e immaginativo dell’atleta (mental training).

A livello individuale, le competenze che il programma psicologico può incrementare e consolidare sono:
  • La formulazione di obiettivi (a breve, medio e lungo termine) che rappresenta un importante strumento per il miglioramento della performance.
  • Il goal setting, secondo diversi autori, deve essere effettuato in un’ottica SMART (dall’inglese "intelligente"), acronimo che definisce obiettivi Specifici, Misurabili, Accessibili, Realistici, Temporali. Gli effetti positivi di un’adeguata programmazione degli obiettivi vengono potenziati fornendo all’atleta informazioni sulla prestazione fondamentali per apprendere e correggere gli errori.
  • La capacità di modulare l’energia psichica che, secondo Martens, può essere intesa come il vigore, la vitalità e l’intensità con la quale la mente funziona ed è alla base della motivazione.

E’ associata ai vari stati emotivi e può essere positiva (come la felicità e l’eccitazione ) o negativa (sotto forma di ansia o rabbia).
  • Uso delle immagini mentali attraverso la visualizzazione dell’azione, esercitando più canali sensoriali, per anticipare, correggere o rivedere l’esecuzione e affrontare al meglio la gara.
  • L’abilità a gestire lo stress e controllo dell’ansia che, se in eccesso, può compromettere il rendimento sportivo.
  • La capacità di concentrazione e di trattare molte informazioni contemporaneamente focalizzando l’attenzione sugli stimoli pertinenti il compito e riuscire ad ignorare e/o neutralizzare le informazioni di disturbo.
  • Incrementare il senso di autoefficacia percepita, cioè le aspettative di riuscita dell’atleta attraverso il "dialogo interiore positivo" e controllo dei pensieri negativi che possono determinare un calo nella prestazione.

Le abilità descritte sono interdipendenti: lo sviluppo di una di esse stimola il miglioramento delle altre. Ad esempio la capacità di autocontrollo incrementa la fiducia in sé e favorisce la concentrazione. Nel proporre l’allenamento mentale occorre tenere presente che gli atleti di alto livello già utilizzano strategie proprie e funzionali, pertanto il programma deve essere "personalizzato" e tenere conto delle tecniche messe a punto dall’atleta.

A livello di gruppo-squadra l’intento è quello di promuovere una maggiore coesione in vista degli obiettivi e di consolidare un maggior senso di appartenenza. Spirito di squadra, gruppo coeso, affiatamento sono fattori correlati positivamente con il livello della team-performance.

In uno sport di squadra gli obiettivi dei singoli atleti devono integrarsi, senza entrare in conflitto, con le mete di gruppo. Allo stesso modo chiari e definiti obiettivi di squadra danno la possibilità agli atleti di porre l’attenzione su aspetti importanti della prestazione e ad individuare modalità collettive di risoluzione del compito.
Il lavoro con la squadra impone un’osservazione delle dinamiche e del "processo" cioè il funzionamento del gruppo in vista del compito da affrontare.
Le risorse del team dipendono, non tanto dalla somma delle competenze dei singoli, quanto dall’interazione efficace tra i vari elementi che compongono il gruppo.
E’ importante prestare attenzione al processo perché è in grado di influenzare i risultati. Gli aspetti che vanno osservati e potenziati sono relativi alla comunicazione (efficace/disfunzionale), al processo decisionale di gruppo, alla leadership (chi tende ad influenzare gli altri e quale stile adotta), alle modalità che il gruppo utilizza per gestire e risolvere i conflitti ( che oltre ad essere inevitabili spesso sono necessari ai fini di una efficace e creativa soluzione dei problemi).
Le tecniche utlilizzate, di tipo esperenziale (come i giochi psicologici, le simulate, il brainstorming) consentono ai partecipanti di sperimentare comportamenti ed emozioni e di acquisire nuove modalità di relazionarsi e di porsi nelle situazioni. Inoltre tali strumenti permettono un accrescimento di alcune competenze come, ad esempio, il comportamento assertivo e l’assunzione di responsabilità, la creatività (stimolando il cosiddetto pensiero divergente), l’autoconsapevolezza, la percezione di sé e degli altri.
L’intervento sul gruppo ha anche l’obiettivo di stimolare una cultura del "noi" che vada ad arginare il cosiddetto fenomeno di "pigrizia sociale", noto negli sport di squadra, dovuto alla diluizione della responsabilità individuale che si manifesta quando la prestazione del singolo contribuisce solo in parte al risultato finale. Sviluppare un senso del "noi" permette di far percepire alle persone di essere un’entità coesa, unita, consapevole che solo la collaborazione e l’impegno congiunto e sinergico, possono condurre il gruppo verso l’affermazione e la crescita.
Il programma psicologico deve, inoltre, stimolare modalità comunicative e processi interattivi più funzionali tra i due sottosistemi (gli atleti e lo staff tecnico). Risulterebbe poco efficace se non prevedesse un continuo confronto con l’allenatore e lo staff su come rendere ottimale il rapporto con il singolo atleta e con la squadra. Quello che l’ organizzazione sportiva richiede all’allenatore non sono solo competenze tecnico-tattiche, ma anche e soprattutto la capacità di gestire situazioni complesse e spesso caratterizzate da forti tensioni.
Peters e Austin affermano che "...allenare è guidare insieme persone con diverse esperienze, talenti, interessi, incoraggiarle ad assumere la responsabilità del loro ruolo, portarle ad un continuo miglioramento, considerandosi loro compagni nel proiettarsi verso le stesse mete. Allenare non è memorizzare tecniche o pianificare un perfetto piano di gioco. E’ essere veramente attenti agli individui, credendo in loro, avendone cura, coinvolgendoli totalmente". Se si condivide questa visione, lo psicologo dello sport può affiancare l’allenatore e lo staff tecnico in questo delicato compito e potrebbe rappresentare una ulteriore risorsa nel promuovere e favorire la crescita degli atleti.