Mancini

La gestione efficace delle riserve.

Partiamo con la prima testimonianza: Marco Brachi, allenatore di serie D, dice:
Oggi parlare di "riserve" è molto riduttivo, quando ero ragazzo io (solo 30 anni fa) c'era la "panchina corta": solo 3 andavano in panchina e lì veramente c'erano 11 titolari e le riserve e allora i ragazzi sapevano già il loro ruolo e per il mister era più facile! Oggi io parto già dal primo giorno di ritiro spiegando che è inutile nascondersi dietro a un dito, il mister con la società costruisce la squadra e sa che 7/8 giocatori sono nella mente del mister titolari e gli altri "girano", ma la squadra si costruisce con due giocatori per ruolo e tocca a loro mettermi in difficoltà negli allenamenti.

Il mio compito è di motivarli parlandoci prima e durante l'allenamento facendoli sentire partecipi del progetto sempre! Inoltre io ho il modo mio di gestire la settimana: il mercoledì sanno già chi gioca la domenica. Parlo tanto con chi non gioca, gli faccio capire il perché delle scelte, altrimenti rischierei di averli la domenica demotivati. Inoltre il martedì dopo il match parlo davanti a tutti dei cambi: se mi hanno soddisfatto o no e soprattutto il perché. Devo dire che in 18 anni di carriera da allenatore (che mi hanno visto partire dalla 3° categoria fino ad arrivare alle soglie del professionismo) ho sempre avuto un ottimo rapporto con i miei boys.

Concludo dicendo che è molto importante il comportamento della società contro qualche malumore che viene da chi non gioca o gioca meno: se alle lamentele del giocatore la società protegge il mister, facendogli risolvere il problema direttamente con il giocatore è tutto ok. Ma se qualcuno che conta dà ragione al giocatore, mettendo in dubbio il mister o peggio togliendogli la leadership, allora il rischio è di perdere lo spogliatoio.

Come vedi Marco utilizza la chiarezza e il rapporto di totale trasparenza con i propri giocatori.
Analizza nei particolari, il martedì, i benefici dei cambi e anche che cosa poteva essere fatto meglio.

Per completare la parte di Marco, ho chiesto un contributo anche a Stefano Tavoletti (Mental Coach della squadra di Marco) che dice:
Penso che sia molto importante agire sulle motivazioni intrinseche del "panchinaro".
Io lavoro molto sulle immagini mentali che albergano la loro mente prima del match, cerco di capire cosa sta passando per la loro testa, dopodiché li faccio immaginare dentro a un film nel momento prima della sostituzione, mentre si tolgono la tuta ed entrano in campo dando tutto il meglio di sé contribuendo al successo della squadra.
Gli faccio vivere il fine partita con i complimenti del mister, dei compagni, del pubblico, mentre prima di entrare in campo gli chiedo: se fosse l’ultima partita della tua carriera, come la giocheresti? Come vorresti che fosse ricordata? Il loro sguardo dice tutto... a quel punto gli dico vai in campo e vinci!

Stefano da buon Mental Coach ed esperto di tecniche di Mental Training, applica strategie e strumenti che sono stati più volte trattati in articoli precedenti, come ad esempio l’anticipazione mentale del successo e tecniche di visualizzazione.

Ringrazio Marco e Stefano che sono persone che io stimo tantissimo, con le quali adoro confrontarmi per trovare nuovi spunti di cui parlare nei miei articoli. In passato, grazie al lavoro eccezionale con la loro squadra mi diedero lo spunto per scrivere un articolo sull’Importanza della creazione di un ambiente motivante per il raggiungimento di performance di alto livello.

Le prossime due testimonianze, sono di due allenatori (e non solo) che oltre naturalmente ad aver fatto corsi tecnici per migliorare le loro capacità tecnico-tattiche, hanno frequentato il Master in Coaching, con l’obiettivo di apprendere le capacità proprie di un Mental Coach andando in profondità nelle tecniche di Mental Training.

Il primo è Giuseppe Sammarco (per tutti Beppe), allenatore che ha vinto il campionato di 1° categoria con diverse giornate d’anticipo e che quest’anno ha deciso di ripartire sempre dalla 1° categoria scegliendo una nuova sfida.
Inoltre Beppe è oggi un Manager Sportivo e ha allenato per oltre 10 anni le squadre giovanili del Vicenza Calcio.

Ecco la sua testimonianza:
Uno dei concetti di "squadra" è la condivisione dell’obiettivo e la nascita di un’idea comune tra tutti i componenti del team, Mister/Coach, Staff, Società, giocatori (titolari e riserve).
Dentro la squadra ci sono giocatori più o meno motivati che scendono in campo da titolari e giocatori che lottano costantemente per conquistarsi un posto tra i titolari. Diventa fondamentale che questo esercito di "gregari" sia da stimolo per tutti gli altri ed al tempo stesso mantenga viva la speranza di essere titolare.
Si fa presto a dire che il coinvolgimento in tutte le attività del team può essere la chiave per alleggerire quel senso di vuoto che a volte ti prende quando gli altri gioiscono e tu sei lì a pensare a quale sia stato e sarà il tuo fattivo contributo.

La chiarezza, la trasparenza, il dialogo e la comunicazione sono gli elementi essenziali affinché la "riserva" diventi determinante e stimolante per il "titolare".

La concentrazione deve essere addirittura superiore a quella di un titolare, perché cogliere l’attimo diventa essenziale e farsi trovare pronti al momento giusto lo è ancora di più.
La pacca sulla spalla oppure la canonica frase "Verrà il tuo momento" lasciano il tempo che trovano.
La riserva sa e comprende quando è considerata e quando non lo è.
Proprio qui sta il segreto di parlare chiaro e cristallino per far capire dove è il margine su cui lavorare e quali sono le reali e concrete possibilità di giocarsi le proprie chances.

È fondamentale il clima che si crea all’interno del team, la chimica che unisce le persone e la capacità del Mister di capire quali sono le risorse migliori di ognuno, portandole alla luce, facendo leva proprio sulle differenze in positivo a livello anche caratteriale da parte di chi fa le stesse cose che fanno tutti e che poi ha il compito di sostenere il proprio compagno di squadra affinché quell’obiettivo condiviso sia raggiunto da entrambi.

In più il Mister deve avere la massima attenzione ai momenti in cui chi non gioca ha gettato la spugna ed entra nel "ruolo" di riserva appiattendo ogni forma di contributo al team.
Questo è il momento in cui si deve intervenire per capire come la mente può ancora allenare le risorse positive per far scattare la molla motivazionale impedendo all’atleta di entrare nella sua zona di confort dove l’accettazione di una situazione che non lo gratifica gli impedisce di crescere e di reagire.
Beppe, fa un discorso molto ampio e anche nelle sue strategie ritroviamo il parlare chiaro con tutti.
L’idea è che l’allenatore deve essere costantemente alla ricerca di stimoli per coloro che giocano meno orientandosi verso la PROATTIVITÁ, impedendo al giocatore di demotivarsi, ma lasciandogli sempre quello spiraglio, quella possibilità di farcela, per la quale vale la pena dare tutto.

L’ultima testimonianza l’ho lasciata per una persona che sicuramente, se sei appassionato di calcio, conosci bene.
Una persona davvero di grande esperienza e che ho avuto la fortuna di affiancare durante il suo percorso del Master in Coaching, una persona che ha calcato i più grandi palcoscenici calcistici Italiani, ha giocato in Serie A e B, ha vestito maglie di squadre gloriose come (Fiorentina, Napoli) ed è stato la bandiera indiscussa dell’Ascoli Calcio: sto parlando di Gaetano Fontana.

Gaetano sta studiando tanto per diventare allenatore professionista e non potevo farmi sfuggire questa grande occasione di avere un suo parere sull’argomento:
Ho trovato motivante e vincente chiedere innanzitutto ai giocatori se hanno un obiettivo individuale e di gruppo.
Questo perché, tanti si allenano, tanti giocano... ma pochi hanno una direzione dove andare, pochi hanno un obiettivo.
Mi piace usare la metafora del Nocchiero che esce in mare senza aver studiato una strategia di navigazione... e che spesso rimane in balia del mare.

Qui subentrano le tecniche di Mental Training: diventa fondamentale creare un obiettivo (per chi non ce l'ha, concordandolo con il diretto interessato e giudandolo).
Individuato l'obiettivo da raggiungere, si lavora quotidianamente sulle azioni da eseguire.
Da tecnico, ho delle idee, lavoro sulla realizzazione delle stesse monitorando tutti attraverso delle riprese video, anche quotidiane. Questo mi serve, non solo per le riserve, ma per chiunque.
Analizzo con i giocatori la qualità del lavoro che stanno portando avanti e se stanno lavorando sulle eventuali modifiche da apportare. Di fronte al video c'é una presa di coscienza ed una auto-valutazione del lavoro che stanno eseguendo.
Quindi diventa facile capire se stanno andando verso la giusta direzione per il raggiungimento dell'obiettivo personale e, di conseguenza, di squadra.

Credo che il tutto sia sufficientemente motivante soprattutto per chi gioca poco (le riserve), perché si sentono seguiti, compresi e parte integrante di un unico progetto.
Ovvio é che il lavoro non finisce solo dalle testimonianze video, ma bisogna fornire supporti tecnici e tattici di campo, fisici e mentali (mi avvalgo molto degli strumenti della PNL) e soprattutto lavorando individualmente fuori dalle sessioni di squadra, anche per pochi minuti.
Nelle mie esperienze, mi é capitato spesso che, gli stessi atleti, mi chiedano continui supporti, andando a modificare il loro normale standard di lavoro, creando una costante ricerca della loro crescita personale e professionale, a prescindere dal numero di partite che faranno.
Diventa fondamentale, a questo punto creare una nuova cultura del lavoro, pianificando e studiando ogni processo sia a livello individuale che di gruppo.
Attraverso tale lavoro, chi ti permette di fare la differenza nel risultato sono proprio le "riserve"!

Anch'io sono stato una "riserva" (per fortune poche volte) e so cosa significa lavorare, anche duramente, e poi giocare poco o nulla. Per tale motivo, nutro un rispetto ed un'attenzione particolare, avendo la ferma convinzione che nei momenti "topici", diventa determinante chi ha avuto poco spazio per esprimersi, risultando "vincente".

Gaetano, fa un mix di elementi tecnici, strumenti di Mental Training, supporti tecnologici e proprie convinzioni personali.
Parte dalla creazione e condivisione di un obiettivo personale e lo fa percepire come realizzabile solo attraverso il raggiungimento di quello di squadra. Crea un piano d’azione e di lavoro quasi giornaliero e personalizzato e ne va a monitorare i progressi e le eventuali ritarature.
Ciò sgancia il giocatore da una visione "titolare-riserva" facendolo andare verso un’ottica di costante ricerca del miglioramento e della crescita personale.

Ok, le testimonianze sono finite e direi che hai parecchio materiale per poter tu stesso trarre le tue conclusioni, ma prima di chiudere voglio darti la mia.
Come fare a far sentire una riserva importante?
Bè, non facendola sentire una riserva: è importante che un allenatore responsabilizzi i propri giocatori trasmettendo quella che è la BIG PICTURE e facendoli sentire tutti PARTE DI ESSA.
Credo fortemente che la partita non la si vinca la domenica, ma durante la settimana... la domenica la si può solo perdere.
Se chi va in panchina, durante la settimana dà tutto per far sì che quelli che vanno in campo si debbano impegnare ancora di più per mantenere il loro posto in squadra... il livello qualitativo del gruppo si alzerà settimana dopo settimana.